Export Alimentare

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Export alimentare

Export alimentare sfida l’ultimo miglio della distribuzione.
L’Italia del food & beverage, alla vigilia della grande fiera Cibus (a Parma dal 9 al 12 maggio), è pronta a coprire l’ultimo miglio nella distribuzione, che le consentirà di virare la boa dei 50 miliardi di export entro il 2020. Il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia, è convinto che le nostre imprese abbiamo messo bene a fuoco l’obiettivo, predisponendo gli strumenti per centrarlo. «Non è vero che le nostre aziende trovino difficoltà a sbarcare nei mercati lontani – spiega Scordamaglia -. Lì ci siamo già: per esempio, gli Stati Uniti sono il nostro secondo mercato e in Cina siamo cresciuti a doppia cifra. Semplicemente, ora ci stiamo organizzando per coprire l’ultimo miglio nella logistica. Come? Sulle piattaforme delle grandi imprese possono salire le medie e le piccole. E dove questo non è possibile ci sono le soluzioni offerte dall’Ice e dal programma di promozione del made in Italy».

L’industria tricolore cura le ferite aperte da una produzione alimentare deludente (-0,6% nel 2015), a livello di materie prime, con la buona performance sui mercati internazionali. L’anno scorso il made in Italy ha messo a segno l’ennesimo balzo, sfiorando i 29 miliardi di euro, con un aumento del 6,7% sull’anno prima. Buona la performance del vino, il prodotto più esportato nell’agroalimentare: i consumi in Italia sono in lievissima ripresa ma l’export dell’industria enologica è balzato del 4,7% a 5,7 miliardi, anche se per merito esclusivo del Prosecco.

I dati, insomma, confermano la centralità delle esportazioni: senza, si rischierebbe grosso. In questo avvio di 2016 l’export è in rallentamento. «Ma le prospettive sono buone – sostiene Scordamaglia -. Da parte nostra, chiediamo al Governo di continuare a supportare l’agroalimentare come aveva iniziato a fare il vice ministro Carlo Calenda e come sta facendo Ivan Scalfarotto. Con il Governo riprenderemo il tema del marchio made in Italy da apporre su tutte le produzioni realizzate nel nostro Paese».

L’obiettivo dei 50 miliardi di vendite estere garantirebbe un aumento degli occupati diretti e indiretti di circa 100 mila unità. E permetterebbe di colmare in parte il gap con Germania e Francia, che nel 2015 hanno registrato, rispettivamente, un export agroalimentare di 71,1 e 60,5 miliardi. «L’obiettivo è raggiungibile – interviene Cesare Ponti, presidente dell’omonima società delle conserve e dell’aceto – e senza “tradire” le produzioni di nicchia e di qualità del made in Italy. Piuttosto, il Sistema Italia dovrebbe pensare di apporre sui nostri prodotti un logo identico per tutti quelli del made in Italy. Inoltre andrebbe incentivato il turismo enogastronomico, una leva formidabile per promuovere le nostre produzioni».

Quanto ai prezzi mediamente più elevati dei nostri prodotti, per Scordamglia non sono un ostacolo. «Il made in Italy deve continuare a costare di più dei nostri competitor – rimarca il presidente di Federalimentare -. Se un prodotto trasformato dalla Germania vale due, quello italiano deve valere dieci. Ciò però non significa abbandonarsi a inefficienze, coprendole con la leva del prezzo».

Anche Sandro Boscaini, titolare di Masi Agricola e presidente di Federvini, non è particolarmente preoccupato della stasi dei vini rossi nel 2015. «Avremmo potuto fare meglio senza la crisi della Russia», sostiene. Ma che fare per ripartire? «Dobbiamo lavorare molto sull’immagine dei prodotti icona – risponde Boscaini – come il Chianti, i vini veneti e quelli siciliani: c’è un gap enorme tra i vini entry level e gli altri. Ciò significa che bisogna lavorare di più sul marchio collettivo». Il presidente di Federvini fa un esempio chiaro: «Non è possibile trovare una bottiglia di Amarone a 9 euro; va compreso che il posizionamento dei prezzi è strategico».

Anche Gianluca Bisol, ad della cantina omonima, invita alla trasparenza e a comunicare meglio la scala dei prezzi del mondo Prosecco. «Sono convinto che nel lungo periodo arriveremo a un miliardo di bottiglie – premette l’imprenditore di Valdobbiadene – ma se è importante comunicare lo stile di vita italiano attraverso il Prosecco è altrettanto importante distinguerne le categorie: dal prodotto entry level, al Docg e al Cartizze. Il consumatore non è sempre in grado di percepirne le differenze». Bisol sottolinea che, come succede per il Bordeaux per il quale l’offerta spazia da 3 a 1.500 euro a bottiglia, così per il Prosecco si raggiungono picchi di 50 euro per il Cartizze Private. Su che cosa si basa la previsione che il Prosecco sia destinato a crescere ancora? «Sulla difficoltà di imitare il prodotto – risponde Bisol – Non c’è Cava o sparkling australiano in grado di farlo. Ma i produttori italiani devono stare attenti a non rompere il giocattolo».

FONTE
di Emanuele Scarci dal IL SOLE 24 ORE

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